Nuvolato e la Chiesa Matildica


NUVOLATO E LA CHIESA MATILDICA


(a cura del prof. Giorgio Moreno Piccinini)

Nella frazione di Nuvolato troviamo la chiesa romanico-matildica di San Fiorentino Martire dell’XI secolo, che conserva all’interno resti pittorici di affreschi del XV secolo e XVI secolo.

Le origini del borgo di Nuvolato (MN) vanno individuate nell’Alto Medio Evo, quando tutta la zona sud-orientale dell’attuale Lombardia (la “punta” verso il Veneto e l’Emilia) era caratterizzata da una massiccia idrografia che ne contrassegnava l’aspetto paludoso. Oltre al Po, infatti,  rigavano i campi incolti molti altri fiumi, fra cui il Secchia (la cui definitiva inalveazione pare risalire intorno agli anni ’30 del 1300), il Bondegnolo, il Bondeno, il Buriana (il loro nome è rimasto ai luoghi), lo Zara, il Crostolo (forse toponimo del paese di Quistello) e il Lirone (nel territorio dell’attuale paese di S.Benedetto Po). Tra tutte queste acque , nella zona compresa tra gli attuali territori di Quistello e S.Giacomo Segnate, emergevano delle vaste “isole” di terreno, come la Moricola (S.Benedetto Po) e Poggio Pedagno a Quistello, oltre a Fossalta (nei dintorni di S.Giacomo, di cui resta ancora oggi il nome al paese proprio di Fossalta, un alto fossato , o terrapieno).

Nebularium (località attorniata da nebbia), ma per altri Novum Letum (Nuovo terreno, emerso dalle acque) è citato una prima volta in un documento dell’imperatore Enrico I nel 1021, quando si ricordano che al vescovo di Mantova spetta il possesso di alcuni territori, tra cui –appunto- Nebularium. Nel 1059, poi, il borgo appare sotto la giurisdizione del vescovo di Reggio Emilia visto che è definito tra i possedimenti facenti capo al monastero di San Prospero (in Emilia): i due episcopi si contenderanno per un bel po’ la zona di Nuvolato, evidentemente di una certa importanza per il passaggio di pellegrini e dotato di una cappella, finché sul finire dell’XI secolo il monastero di san Benedetto in Polirone si assume la guida spirituale del borgo, mentre la giurisdizione passa al vescovo di Mantova. Ma ciò , negli anni  dei Canossa (XII sec), significò dipendere dal volere della potente famiglia e, soprattutto, di Matilde cui la tradizione, non suffragata peraltro da alcun documento, attribuisce la volontà di innalzamento della chiesa.
Nel 1183  il territorio nuvolatese passa sotto la giurisdizione dl vescovo di Mantova, Sigfrido; nel 1204, inoltre, i terreni sono concessi in enfiteusi alla famiglia Trìvoli, ma l’epoca è quella in cui la chiesa dedicata a san Fiorentino campeggia nella sua imponenza ed importanza.

L’edificio presenta oggi l’abside, come di consueto, rivolta ad est, dove sorge il sole, poiché l’astro luminoso simboleggia la luce del Cristo risorto e che salva; inoltre ad est si trova Gerusalemme, la città santa, immagine terrena della Gerusalemme celeste. Ho detto “oggi”, dato che fino alla metà del 1500 la chiesa era triabsidata (riferimento simbolico  alla Trinità : era evidente la Pastofòria, come si indicano l’abside maggiore e le due laterali minori in termine tecnico) : le due absidiole vennero demolite per costruire a sinistra (rispetto a chi guarda l’altare maggiore) il campanile “ad castrum” ( “rivolto verso il villaggio”) e a destra la sagrestia,  demolita nel 1935.

Poiché le due navate laterali furono aggiunte fra il 1776 e il 1779 “per maggior concorso di popolo”( come recitano i documenti conservati nell’archivio parrocchiale), la pianta originaria della chiesa era a navata unica, quindi a  croce latina e triabsidata, con 27 m. di lunghezza per 17 di larghezza. Inoltre bisogna tener presente che fino al 1474 il pavimento era più basso di circa 60 cm. visto che i documenti (compresa la cronaca di Andrea da Schivenoglia conservata in Archivio a Mantova) attestano che, dopo l’esondazione del Secchia avvenuta il 25 maggio di quell’anno, fu deciso l’innalzamento del pavimento. Il che avvenne a spese del parroco e dei fedeli dal momento che i signori di Mantova, i Gonzaga, erano piuttosto  a corto di denaro: in marzo (sempre del 1474) era stato accolto in città con tutti gli onori del caso il re Cristiano di Danimarca (quello raffigurato nella Camera Picta del Ducale, ad opera di Mantenga) ; ad aprile inoltre la figlia di Ludovico II Gonzaga era andata sposa, con una dote ricchissima, ad Everardo di Wittemberg.

Qualche anno prima, esattamente il 1° dicembre 1463, il cardinale Francesco Gonzaga diciottenne, in giro per il marchesato in cerca di fondi per una ulteriore crociata contro i Turchi, passava per Quistello: tutto fa pensare che possa anche aver visitato la chiesa matildica a poche miglia di distanza.
La luce entrava nell’edificio tramite le monofore strombate presenti sulle pareti centrali;  dall’ingresso (a capanna) preceduto da un protiro i cui segni sul muro persistono ancora oggi entravano i fedeli, ma presumibilmente solo le donne, poiché l’ingresso degli uomini (in archivio è confermato ciò) usufruivano di una porta sul lato sinistro.
Prima di analizzare l’interno dlla chiesa, occorre ricordare che fu nel 1925 che lo scultore Giuseppe Gorni, nuvolatese, scoprì per primo, sotto l’intonaco barocco dell’abside, parte degli affreschi (parroco era don Tessaroli); agli anni 1970-75 (parroco don Mario Cimarosti) risalgono i lavori di rifacimento che hanno determinato le attuali fattezze.
La navata centrale, le cui mura ripristinate secondo lo stile romanico appaiono in pietra (materiale povero) e a spina di pesce (costante simbolo di gesù fin dai primi tempi del Cristianesimo) conduce subito lo sguardo del visitatore all’abside  che, fin dalle origini, doveva attirare su di sé l’attenzione in quanto luogo in cui si rinnova il sacrificio di Cristo sull’altare. Sul secondo pilastro, a sinistra, si può notare in alto il segno dell’apertura che introduceva il pulpito.

Gli affreschi absidali, o meglio ciò che resta di essi, sono pausati da riquadri somiglianti a marmi policromi e possono suddividersi in tre fasce, il cui significato globale analizzerò tra poco.
Fascia in basso: i compagni di martirio di Fiorentino, cioè S. Antidio di Besancon con la palma (appunto del martirio) in mano (si intravede appena), S. Vincenzo con un libro (il Vangelo) in mano e S. Ilario; i martiri dovevano essere in tutto 5, a parte Fiorentino: mancano (secondo quanto riportato dal Martirologio) i santi Desiderio e Afrodisio, cancellati dal tempo e dall’incuria. In compenso, conservata meglio delle altre figure, è quella di S. Gottardo.
Nato nel 960 presso Niederaltaich , nella diocesi di Passavia, fu istruito nelle discipline umanistiche e teologiche per l’agiatezza economica della famiglia; trentenne divenne monaco benedettino nel cenobio di Niederaltaich, divenendone in seguito abate. L’imperatore Enrico II lo inviò a riformare anche altri monasteri, dirigendo anche la costruzione di chiese e introducendo ovunque scuole di scrittura e pittura: è infatti considerato il maggior architetto e pedagogo della Baviera nell’Alto Medioevo. Nominato vescovo di Hildesheim lo restò per quindici anni, incarnando l’ideale di padre del clero e del popolo e meritandosi il rispetto di tutti, anche con le sue conferenze bibliche. Morì il 5 maggio 1038  e la sua canonizzazione fu fortemente richiesta dai suoi successori, soprattutto da Bernardo che, al sinodo di Reims, ottenne dal papa l’iscrizione di Gottardo nell’albo dei santi.
I benedettini ne propagandarono il culto, dopo molti miracoli a lui attribuiti, nei paesi scandinavi e slavi, nonché in Svizzera, sottolineando che la sua intercessione doveva essere implorata  contro la podagra, l’idropisia, le doglie del parto e la grandine; in seguito divenne il patrono dei commercianti nelle principali vie di traffico : nelle Alpi centrali sono sorte cappelle e chiese in gran  numero dedicate a lui. Sul perché sia stato affrescato nell’abside di un paesello della bassa pianura padana si può spiegare, a mio avviso, solo con il fatto che i benedettini del vicino monastero di S.Benedetto ne volevano diffondere il culto anche nella nostra zona, conferendo al santo un’importanza che, nel corso dei secoli, è scemata fino a trasformarsi quasi in un enigma.

A Besancon, nella Gallia lugdunense, ora in Francia, s.Antidio, vescovo e martire, si tramanda abbia ricevuto il martirio sotto il generale dei Vandali, Croco, nel 411 (si ricorda il 17 giugno) : il nome deriva dal latino “ante eo” = procedere innanzi, davanti a tutti.

Nella fortezza di Brémur in Francia, san Fiorentino (o Florenziano)  si tramanda sia stato trafitto con la spada dai Vandali insieme a sant’Ilario.
FLORENZIANO (lat. Florentianus Florentius; fr. Florentin) e ILARIO, santi, martiri a BRÉMUR.

Di Florenziano non si sa di certo che il nome che si legge nel Martirologio Geronimiano al 27 settembre. Usuardo, seguito dal Martirologio Romano gli dà un compagno, chiamato I. che il de Gaiffier ha dimostrato essere, forse, s. Ilario di Ostia. Una tradizione locale gli dà un terzo compagno, Afrodisio, ma i due ultimi nomi non sono da accettare.
Si è lungamente disputato sul luogo del martirio a causa dell’imprecisa notizia del Martirologio Romano: Seduni in Gallia. In essa è stato visto ora Sion nel Vallese (Svizzera), ora Suin (Francia, Saone-et-Loire). I Bollandisti e molti altri dopo di loro, fondandosi sui testi medievali e sul culto, hanno identificato Sedunum con Semond (Francia Cote-d’Or); e il popolo indicava presso quest’ultimo villaggio una rupe (senza dubbio un dolmen oggi scomparso) col nome di Pierre de saint-Florentin. La filologia si oppone alla derivazione Sedunum >Semond. Sedunum o Pscudunum s’identifica col vicino villaggio di Brémur (Duesme), come attestano molti documenti del sec. XI. Il Martirologio Geronimiano localizza il culto di Florenziano a Duesme, capoluogo del pagus, da cui dipendeva Brémur.
La passio dei santi martiri di Brémur, documento apocrifo molto tardivo, ne fa dei martiri del mitico re Croco, decapitati dopo l’ablazione della lingua. In realtà si può vedere in Florenziano un martire locale, vittima dell’invasione vandalica (407-11), come molti altri di questa regione. Il gruppo dei martiri di Brémur è soprattutto conosciuto dalle traslazioni di reliquie (i testi che le descrivono non sono ancora stati fatti oggetto di studi critici) a Saint-Martin d’Ainay (Lione), all’abbazia di Bonneval nella diocesi di Chartres, a Saint-Florentin (Yonne) e all’abbazia di Lagny, presso Parigi.
La festa si celebra il 27 settembre.

Ilario di Poitiers(????) è’ stato definito “l’Atanasio d’Occidente”, e infatti i punti di somiglianza col battagliero vescovo di Alessandria sono molti. Contemporanei – Ilario nacque agli inizi del secolo IV a Poitiers e vi morì nel 367 – hanno dovuto combattere contro lo stesso avversario, l’arianesimo, partecipando alle polemiche teologiche con i discorsi e soprattutto con gli scritti. Anche Ilario, per ordine dell’imperatore Costanzo, allineatosi con le decisioni del sinodo ariano di Béziers del 356, venne mandato in esilio, in Frigia.
Il contatto con l’Oriente fu provvidenziale per il vescovo di Poitiers: nei cinque anni che vi trascorse ebbe modo di imparare il greco, di scoprire Origene e la grande produzione teologica dei Padri orientali, procurandosi una documentazione di prima mano, per il libro che gli ha valso il titolo di dottore della Chiesa (attribuitogli da Pio IX): il De Trinitate, intitolato dapprima più felicemente De Fide adversus Arianos, era infatti il trattato più importante e approfondito apparso fino ad allora sul dogma principale della fede cristiana. Anche nell’esilio non rimase inattivo. Con l’opuscolo Contra Maxentium attaccò violentemente lo stesso Costanzo, contestandone il cesaropapismo, la pretesa di immischiarsi nelle dispute teologiche e negli affari interni della disciplina ecclesiastica. Rientrato a Poitiers, il coraggioso vescovo riprese la sua opera pastorale, efficacemente coadiuvato dal giovane Martino, il futuro santo vescovo di Tours.
Nato nel paganesimo, Ilario aveva cercato a lungo la verità, chiedendo lumi alle varie filosofie e in particolare al neoplatonismo, che avrebbe poi fortemente influito sul suo pensiero anche più tardi. La ricerca di una risposta al suo interrogativo sul fine dell’uomo lo portò alla lettura della Bibbia, dove finalmente trovò quello che cercava; allora si convertì al cristianesimo.
Nobile proprietario terriero, quando si convertì era già ammogliato e padre di una bambina, Abre, che amava teneramente. Era stato battezzato da poco, che venne acclamato vescovo della sua città natale. Furono sei anni di intenso studio e predicazione, prima di partire per l’esilio, che come abbiamo ricordato ne perfezionò la formazione culturale teologica. Accanto alla voce squillante del polemista e del difensore dell’ortodossia teologica, vi è però in lui anche un’altra voce, quella del padre e del pastore. Umano nella lotta, e umanissimo nella vittoria, si prese cura dei vescovi che riconoscevano il proprio errore, e ne sostenne persino il diritto di conservare l’ufficio.

Vincenzo, Un diacono così, ora che il diaconato è tornato “di moda” nella Chiesa, ogni vescovo se lo sognerebbe. Perché, si sa, non tutti i vescovi sono degli oratori nati e quello di Saragozza, Valerio, è per giunta balbuziente. Trovare in Vincenzo un diacono ben equipaggiato culturalmente, dotato nella parola, generoso e coraggioso è per lui un vero colpo di fortuna. Oggi San Vincenzo è il martire più popolare della Spagna, ma doveva già esserlo 1700 anni fa se ben tre città, Valencia, Saragozza e Huesca, si contendono l’onere di avergli dato i natali. In questa disputa noi non vogliamo entrare, limitandoci ai dati essenziali che ci vengono forniti dagli Atti del suo martirio, che avviene durante la persecuzione di Diocleziano. Nel clima di terrore che si instaura e che vede la distruzione degli edifici e degli arredi sacri, la destituzione dei cristiani che ricoprono cariche pubbliche, l’obbligo per tutti di sacrificare agli dei, il vescovo Valerio e il diacono Vincenzo continuano imperterriti nell’annuncio del Vangelo: formano un connubio indissolubile, nel quale il primo con la sua presenza e con l’autorità che gli deriva dal ministero episcopale si fa garante di quello che il secondo annuncia con forza, convinzione e facilità di parola. Così il governatore di Valencia, Daciano, li fa arrestare entrambi, ma quando se li trova davanti capisce che il vero nemico da combattere è il diacono Vincenzo. Manda così il vescovo in esilio e concentra tutte le sue arti persecutorie su Vincenzo, che oltre ad essere un gran oratore è anche un uomo che non si piega facilmente. Lo dice in faccia al governatore: “Vi stancherete prima voi a tormentarci che noi a soffrire”, e questo manda in bestia il persecutore, che vede così anche messa in crisi la sua autorità e il suo prestigio. Perché Vincenzo è una di quelle persone che si piegano ma non si spezzano: prima lo fa fustigare e torturare; poi lo condanna alla pena del cavalletto, da cui esce con le ossa slogate; infine lo fa arpionare con uncini di ferro. Così tumefatto e slogato lo fa gettare in una cella buia, interamente cosparsa di cocci taglienti, ma la testimonianza di Vincenzo continua ad essere limpida e ferma: “Tu mi fai proprio un servizio da amico, perché ho sempre desiderato suggellare con il sangue la mia fede in Cristo. Vi è un altro in me che soffre, ma che tu non potrai mai piegare. Questo che ti affatichi a distruggere con le torture è un debole vaso di argilla che deve ad ogni modo spezzarsi. Non riuscirai mai a lacerare quello che resta dentro e che domani sarà il tuo giudice”. Lo sentono addirittura, anche così piagato, cantare dalla cella e Daciano si rende conto che quella è una voce da far zittire in fretta, visto che qualcuno si è già convertito vedendolo così forte nella fede. Muore il 22 gennaio dell’anno 304 ed anche per sbarazzarsi del cadavere Daciano deve sudare: gettato in pasto alle bestie selvatiche, il suo corpo viene alacramente difeso da un corvo; gettato nel fiume, legato in un sacco insieme ad un grosso macigno, il suo corpo galleggia e torna a riva, dove finalmente i cristiani lo raccolgono per dargli onorata sepoltura. Da una delle omelie che Sant’Agostino ogni anno, il 22 gennaio, dedicava al martire Vincenzo ricaviamo questo pensiero: “il diacono Vincenzo….. aveva coraggio nel parlare, aveva forza nel soffrire. Nessuno presuma di se stesso quando parla. Nessuno confidi nelle sue forze quando sopporta una tentazione, perché, per parlare bene, la sapienza viene da Dio e, per sopportare i mali, da lui viene la fortezza”.

Desiderio: La sua esistenza nel secolo IV, è garantita da s. Atanasio che lo indica come partecipante e sottoscrittore del Concilio di Sardica nel 343; il suo nome compare anche negli atti del pseudo-concilio di Colonia del 346.
S. Desiderio occupa il terzo posto nella lista dei vescovi di Langres (Francia), sembra fosse originario dei dintorni di Genova e designato miracolosamente alla sede episcopale di Langres.
Un chierico della suddetta città di nome Varnacario, scrisse all’inizio del VII secolo, un racconto del suo martirio, basandosi su tradizioni locali; secondo questo Varnacario, il vescovo Desiderio sarebbe stato decapitato durante un’invasione dei Vandali guidati da Croco; ma ci fu senz’altro una confusione nelle tradizioni locali, perché Langres ebbe diverse invasioni barbariche e quella degli Alemanni comandati dal vero Croco (298-307) non corrisponde alle date della sua permanenza come vescovo di Langres, probabilmente si tratta dell’invasione dei Germani del 355-357, respinta dall’imperatore Giuliano l’Apostata.
Una leggenda dice che dopo la sua decapitazione, il santo vescovo, come tanti altri cefalofori, raccolse la sua testa e rientrò in città, attraverso una fenditura della roccia che si era aperta per farlo passare, tale apertura viene ancora oggi mostrata.
Il culto di s. Desiderio di Langres è certamente anteriore al secolo VII e il Martirologio Geronimiano lo riportava all’11 febbraio; ma nel secolo IX per l’errore di un copista ripetuto poi in seguito, ci fu uno scambio con san Desiderio di Vienne, ricordato pure all’11 febbraio, finché si decise di lasciare il santo di Vienne a questa data e trasportare al 23 maggio la celebrazione del vescovo di Langres, data che fu definitivamente inserita nel ‘Martirologio Romano’; la città di Langres lo ricorda inoltre il 19 gennaio, anniversario della traslazione delle reliquie di s. Desiderio avvenuta nel 1315.
Il suo culto si diffuse non solo in Francia, ma anche in Italia, Svizzera, Germania; è patrono della città di Langres e molte chiese della diocesi sono a lui intitolate; la sua tomba era custodita in un priorato benedettino posto al centro della città; nel 1354 fu fondata in suo onore una celebre confraternita a cui si iscrissero re e principi.
San Desiderio era invocato come testimone della verità dei giuramenti e come protettore nei parti difficili.
A Béziers nella Gallia narbonense, ora in Francia, sant’Afrodisio,(dal greco: spumeggiante) venerato come primo vescovo di questa città.


riferimenti:
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Maria Vago, Piccole storie di grandi santi, Edizioni Messaggero, 2007 – 64 pagine
Piero Lazzarin, Il libro dei Santi. Piccola enciclopedia, Edizioni Messaggero, 2007 – 720 pagine
Ratzinger J., Santi. Gli autentici apologeti della Chiesa, Lindau Edizioni, 2007 – 160 pagine
KLEINBERG A., Storie di santi. Martiri, asceti, beati nella formazione dell’Occidente, Il Mulino, 2007 – 360 pagine
Mario Benatti, I santi dei malati, Edizioni Messaggero, 2007 – 224 pagine
Sicari Antonio M., Atlante storico dei grandi santi e dei fondatori, Jaca Book, 2006 – 259 pagine
Dardanello Tosi Lorenza, Storie di santi e beati e di valori vissuti, Paoline Edizioni, 2006 – 208 pagine
Butler Alban, Il primo grande dizionario dei santi secondo il calendario, Piemme, 2001 – 1344 pagine
Giusti Mario, Trenta santi più uno. C’è posto anche per te, San Paolo Edizioni, 1990 – 220 pagine